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U PITUNI

Storia, segreti e ricetta originale del re della rosticceria messinese

L’odore che non dimentichi

C’è un odore che ogni messinese porta con sé, indelebile come un tatuaggio olfattivo: quello dell’olio che sfrigola, della scarola che appassisce dentro la pasta, del pepe nero che sale al naso insieme al vapore del fritto. È l’odore di u pituni, il pitone messinese. Non importa dove sei nel mondo — a Milano, a Londra, in Brasile, nel solito posto dove è finita la diaspora siciliana. Quel profumo, anche solo immaginato, è un viaggio di ritorno.

Il pitone è street food nel senso più vero e antico del termine: nasce in strada, si mangia in strada, si compra nelle rosticcerie avvolto in carta oleata ancora gocciolante d’olio, mentre soffia sull’angolo perché scotta. Non si mangia seduti. Non si taglia col coltello. Si morde, si aspira il vapore, si accetta di scottarsi le labbra. È uno di quei cibi che richiedono una certa resa alla gola.

Pidone, pitone, pituni: il problema del nome

Il nome è già una questione. Gli anziani lo chiamano pidone, o piduni in dialetto messinese. I più giovani e le insegne delle rosticcerie ormai dicono pitone, e i motori di ricerca hanno definitivamente consacrato quest’ultima forma. La transizione è avvenuta progressivamente: per almeno trent’anni le due forme hanno convissuto, con i panifici storici fedeli al piduni e le versioni commerciali più inclini alla pronuncia italianizzata.

L’etimologia è dibattuta e curiosa. Una teoria sostiene che pidone derivi da pede, piede in latino e nel dialetto messinese, probabilmente per via della forma allungata e piatta che ricorda una soletta o una calza. In questa lettura, il pitone sarebbe letteralmente “a piede”, un cibo da tenere in mano come si terrebbe in mano qualcosa dalla forma piatta.

Un’altra interpretazione, più affascinante e meno verificabile, collega il nome ai giochi pitici celebrati in onore di Apollo nella Magna Grecia. Secondo questa lettura, le focacce ripiene che i fedeli preparavano come offerta votiva al dio — farcite con ingredienti vegetali, tra cui l’alloro sacro ad Apollo — sarebbero le antenate dirette del pitone messinese. In alcune versioni antiche, l’impasto era ancora di farro, il cereale della Magna Grecia. La Sicilia orientale, con le sue radici elleniche profondissime (Messina fu fondata dai Calcidesi nel 730 a.C. come Zancle), conserverebbe in questo cibo un frammento di rituale millenario.

Qualunque sia l’origine vera del nome, il pitone rimane un cibo con un’identità precisa, fortemente territorializzata: è di Messina, o al massimo della sua provincia. Fuori dallo Stretto, quasi nessuno lo conosce. E questo, paradossalmente, è parte del suo fascino.

Com’è fatto davvero: la questione dell’impasto

Il pitone è una mezzaluna di pasta fritta ripiena. Ma la semplicità della descrizione non rende giustizia alla complessità dell’esecuzione, specialmente quando si parla dell’impasto originale.

La ricetta tradizionale — quella dei vecchi panifici messinesi, quella che si faceva in casa fino agli anni Settanta e Ottanta — prevede un impasto senza lievito: farina, strutto, acqua, vino bianco secco, un pizzico di sale e un tocco di zucchero. Niente lievito, niente agenti lievitanti. La leggerezza non viene dalla fermentazione ma dalla sfogliatura manuale: l’impasto, una volta fatto riposare, viene piegato e ripiegato su se stesso più volte, come una pasta sfoglia povera. Questo processo, ripetuto almeno tre o quattro volte, crea strati sottili che in frittura si aprono formando le caratteristiche bolle in superficie. Un pitone originale è irto di bolle dorate, quasi brufoloso nel senso migliore del termine, e croccante come una sfoglia.

Il vino bianco nell’impasto non è un capriccio: insieme allo strutto, contribuisce a creare quella leggerezza che il lievito garantirebbe in altro modo. È la sapienza grassa e alcolica della cucina povera, che trovava le soluzioni nei materiali disponibili.

Poi c’è l’altra versione, quella che si trova ormai in quasi tutte le rosticcerie di Messina: impasto lievitato, gonfio, soffice, più simile a un calzone da pizzeria. Non è sbagliato in assoluto — anche questo pitone ha i suoi estimatori — ma è ontologicamente un altro prodotto. Più facile da fare, più forgiving, meno aristocratico nella texture. Chi ha assaggiato il pitone originale sfogliato non li considera la stessa cosa.

Il ripieno: la trinità sacra

Il ripieno tradizionale del pitone messinese è composto da tre ingredienti fondamentali, che potremmo definire la trinità sacra: scarola riccia, acciughe e tuma. A questi si aggiunge olio extravergine di oliva in abbondanza, pepe nero macinato al momento (tanto, tantissimo), e secondo alcune versioni familiari qualche pomodorino a scocca (liberato dai semi e dall’acqua).

La scarola riccia

È l’ingrediente dominante in volume. Si usa cruda, tagliata fine e condita generosamente con olio e pepe prima di essere inserita nel pitone. Durante la frittura, nel calore interno della pasta chiusa, la scarola appassisce leggermente, perde la sua durezza, si amalgama con il formaggio che fonde. Il risultato è una consistenza ancora leggermente croccante all’interno, non molle, con un leggero gusto amarognolo che bilancia la sapidità degli altri ingredienti.

L’indivia riccia — nota anche come scarola nei dialetti meridionali — non è una verdura di grande reputazione nella cucina haute, ma in questo contesto è insostituibile. La sua leggerezza, la sua acquosità controllata, la sua fibra che regge la cottura senza cedere: tutto funziona.

Le acciughe

Le acciughe sott’olio o sotto sale, sciacquate e asciugate, vengono disposte crude sopra la scarola prima di chiudere il pitone. In cottura si sciolgono letteralmente, rilasciando il loro umami salato in tutto il ripieno. Il risultato è che non le distingui come tali nel morso, ma la loro assenza si sente eccome: il pitone senza acciughe è piatto, monocorde, privo di profondità.

La qualità delle acciughe conta. Il Panificio Laganà di Messina — uno dei pochi baluardi rimasti della tradizione originale — utilizza esclusivamente le acciughe salate di Benedetto Scalia di Sciacca, una delle case di conservazione più rispettate della Sicilia. La materia prima fa la differenza.

La tuma

La tuma (in dialetto tumma) è il formaggio siciliano fresco per eccellenza: prodotta dalla cagliata di latte ovino senza alcuna aggiunta di sale, deve essere consumata entro una settimana o due dalla produzione. È un formaggio che non sopravvive alla distribuzione industriale, che non viaggia bene, che si trova con difficoltà fuori dalla Sicilia. Questo la rende preziosa e rara, e spiega perché molte rosticcerie l’hanno sostituita con formaggio filante commerciale — decisione che i puristi considerano una piccola morte del pitone originale.

La tuma nel pitone non è filante nel senso moderno del termine: non fa il filo lungo e spettacolare del mozzarella. Si scioglie in modo più discreto, si fonde con la scarola e le acciughe, aggiunge cremosità senza sopraffare. Il suo sapore neutro e latteo è il contrappunto perfetto all’amarognolo della scarola e al salato delle acciughe.

In alternativa alla tuma si usa il primosale, che è il grado successivo di stagionatura dello stesso formaggio (leggermente salato una prima volta). Il gusto è simile ma più deciso. Tra le sostituzioni possibili fuori dalla Sicilia: provola fresca o scamorza non affumicata. La mozzarella fiordilatte non è ideale perché rilascia troppa acqua.

Dove mangiarlo: gli indirizzi di Messina

Trovare un pitone originale — con pasta sfogliata e non lievitata, con tuma vera e acciughe — è diventato un esercizio di sopravvivenza gastronomica. Ma qualche presidio resiste.

Il Panificio Laganà (via Garibaldi 298) è l’indirizzo di riferimento per il pitone tradizionale. La terza generazione della famiglia porta avanti una tradizione fatta di materie prime siciliane rigorose: farine locali, acciughe di Sciacca, olio Nocellara, formaggio primosale. Producono circa 150 pitoni al giorno al costo di 1,50 euro l’uno, e sono già un’istituzione.

Il Cannata Sicilian Bakery (via Garibaldi 110) offre pitoni dalla pasta soffice, fritti alla perfezione, in versione tradizionale e con ripieni alternativi. Anche gli arancini messinesi qui sono di ottimo livello.

Come orientarsi nel resto della città: osservate la pasta. Se è sottile, irregolare, piena di bolle, siete sulla strada giusta. Se è uniforme, gonfia, uguale su tutta la superficie come un calzone da pizzeria, state per mangiare qualcosa di buono ma non il pitone della tradizione.

Il pitone nella tradizione festiva messinese

Il pitone non è solo cibo da passeggio quotidiano. Ha un ruolo preciso nel calendario festivo messinese, in particolare durante le feste natalizie. La vigilia di Natale, per tradizione, molte famiglie messinesi preparano una cena di magro — pesce fritto, baccalà in pastella, verdure — e i pitoni fanno parte di questo rituale. È uno dei pochi cibi che nelle case messinesi si fa ancora da zero, impastando a mano, sfogliando, aspettando, friggendo con cura.

C’è qualcosa di profondamente liturgico in questo gesto annuale: le mani nella pasta, l’olio che scalda, il vapore che sale. Il pitone della vigilia sa diverso da quello della rosticceria, anche se la ricetta è la stessa. Sa di casa.

Pitone al forno vs pitone fritto: una questione di onestà

Esiste la versione al forno. Non è da condannare in assoluto: cuoce in forno a 180-200 gradi, risulta più asciutta, meno croccante, meno untuosa. È una scelta comprensibile per chi vuole ridurre i grassi.

Ma bisogna essere onesti: il pitone al forno è un altro prodotto. La magia della pasta sfogliata che si gonfia nel calore dell’olio, le bolle che si formano, la croccantezza dell’involucro che cede sotto i denti rivelando il ripieno caldo e amalgamato — tutto questo appartiene alla frittura. Chi vuole mangiare il pitone, mangi il pitone. Chi vuole qualcosa di più leggero ha migliaia di altre opzioni.

LA RICETTA

Pitoni Messinesi — Impasto originale senza lievito

📋 InformazioniDosi: 8 pitoni   |   Difficoltà: media   |   Preparazione: 30 min + 45 min di riposo   |   Cottura: 20 minCucina: messinese   |   Stagione: tutto l’anno, tradizionale a Natale

Ingredienti per l’impasto

  • 500 g di farina 00
  • 80 g di strutto (o burro morbido come alternativa)
  • 80 ml di vino bianco secco
  • 80 ml di acqua (circa, da regolare)
  • 8 g di sale
  • 1 cucchiaino di zucchero

Ingredienti per il ripieno (per 8 pitoni)

  • 500 g di scarola riccia (indivia riccia)
  • 300 g di tuma siciliana (o primosale, o provola fresca)
  • 16 filetti di acciughe sott’olio (2 per pitone)
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • pepe nero macinato fresco q.b. (abbondante)

Per la frittura

  • olio di semi di arachide in abbondanza (almeno 1 litro)

Procedimento

  1. L’IMPASTO

Disponete la farina a fontana sul piano di lavoro. Sciogliete il sale e lo zucchero nell’acqua tiepida, poi unite il vino bianco. Versate i liquidi al centro della fontana poco alla volta e cominciate a incorporare la farina. Quando l’impasto è ancora grossolano, aggiungete lo strutto a pezzetti e lavorate energicamente per 10-15 minuti, fino a ottenere un impasto liscio, sodo ma non duro. L’idratazione è bassa — è normale che sembri più resistente di un impasto da pane. Avvolgete in pellicola e fate riposare 45 minuti a temperatura ambiente.

  1. LA SFOGLIATURA

Questo passaggio è quello che distingue il pitone originale da tutte le imitazioni. Prendete il panetto e stendete con il matterello in un rettangolo sottile. Ripiegate un terzo verso il centro, poi l’altro terzo sopra (come una lettera). Ruotate di 90 gradi e ripetete. Fate questo ciclo almeno 3-4 volte, intervallando brevi riposi se l’impasto si strappa. La sfogliatura crea gli strati che in frittura diventeranno le bolle caratteristiche.

  1. IL RIPIENO

Lavate la scarola riccia, eliminate le foglie danneggiate e tagliatela finemente. Mettetela in una ciotola e conditela con olio extravergine generoso, sale quanto basta e una macinata abbondante di pepe nero. Mescolate bene: la scarola deve lucidare. Tagliate la tuma a pezzi di circa 2 cm. Sgocciolate le acciughe. Il ripieno si aggiunge crudo.

  1. LA FORMATURA

Dividete l’impasto in 8 porzioni uguali (circa 80-85 g ciascuna). Stendete ogni porzione con il matterello o con la sfogliatrice manuale fino a uno spessore di 2-3 mm — molto sottile. Ricavate un disco o un ovale. Disponete al centro del disco una porzione di scarola condita, alcuni pezzi di tuma e 2 filetti di acciuga. Richiudete a mezzaluna e sigillate il bordo premendo con le dita, poi ripiegate il bordo su se stesso creando un cordoncino. Non ungete i bordi: l’umidità della scarola è sufficiente a farli aderire.

  1. LA FRITTURA

Scaldate abbondante olio di arachidi in una padella profonda o in una friggitrice a 170-175°C. Immergete i pitoni 2 alla volta e friggeteli per 5-6 minuti, girandoli a metà cottura, fino a doratura uniforme. Vedrete le bolle formarsi quasi immediatamente: è il segno che la sfogliatura ha funzionato. Scolate su carta assorbente e servite subito, ancora caldi e croccanti.

💡 I segreti del pitone perfetto•       Non saltate la sfogliatura: è il cuore della ricetta originale. Senza di essa otterrete un calzone, non un pitone.•       Il ripieno si mette crudo: la cottura avviene dentro la pasta chiusa. La scarola non va saltata prima.

•       Il pepe nero abbonda: non abbiate paura. Il ripieno è sapido e ha bisogno di quella nota piccante.

•       Non chiudete i bordi con acqua: i bordi della pasta, se ancora morbidi, aderiscono da soli pressando con le dita. Se si seccano, basta un tocco appena umido.

•       Fuori dalla Sicilia senza tuma: usate provola fresca o scamorza bianca. Non usate mozzarella fiordilatte — rilascia troppa acqua.

Salvo
Author: Salvo

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